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Venerdì 7 marzo 2008, ore 21

Venerdì 7 marzo 2008, ore 21

Teatro Sperimentale

QUARTETTO D’ARCHI PRAZAK

ANDREA BACCHETTI pianoforte

 

Haydn: quartetto per archi Op. 50 n. 5

Shostakowich: Quintetto per pianoforte e archi

Dvorak: quartetto per archi Op. 105

 

prezzi e prevendite

 

Note al programma

 

Quartetto Prazak

Andrea Bacchetti

I tre più grandi maestri del classicismo viennese, Haydn, Mozart e Beethoven, dedicarono importanti lavori di musica da camera al re di Prussia, Federico Guglielmo II, dagli anni 1786 al 1797; il sovrano era un eccellente violoncellista ed amava molto suonare in quartetto: ecco che allora Haydn si premurò di comporre per lui i Sei Quartetti Op. 50, Mozart gli ultimi tre Quartetti, K 575, 589 e 590, e Beethoven le due Sonate Op. 5 per violoncello e pianoforte. La serie haydniana fu composta tra il 1784 e il 1786 e non appena fu inviata a Federico Guglielmo, questi dimostrò di gradire a tal punto l’omaggio da ricambiare la cortesia con il prezioso dono di un anello d’oro che il compositore tenne sempre caro, come uno dei regali più graditi mai ricevuti.

Anche i Quartetti Op. 50, come del resto i precedenti Op. 33, contengono elementi innovativi rispetto ai primi: tutti sono in quattro

movimenti, con il tempo lento in seconda posizione, seguito dal Minuetto con il conseguente Trio. Generalmente il movimento iniziale, come fa notare Robbins Laudon, evita l’andamento moderato in 4/4 e preferisce un tempo vivace, in ritmo binario o ternario; i movimenti lenti sono per lo più con variazioni, forse per analogia con i movimenti lenti delle contemporanee Sinfonie “parigine” e nel finale non si impiega la forma del Rondò, ma piuttosto (ad eccezione del quarto che è una fuga) la Forma Sonata, in tempo 2/4 o 6/8.

Il Quartetto in Fa maggiore Op. 50 n. 5 si apre con un allegro moderato in tempo 2/4, che espone un primo tema di grande incisività affidato ai violini; agili sestine di semicrome svolgono la funzione di “ponte” modulante che conduce al secondo tema in Do maggiore, un tema che non è per nulla in contrasto con il precedente. Lo sviluppo utilizza entrambi gli elementi tematici e le figure a sestina della transizione fino alla conclusiva ripresa dell’esposizione nel tono d’impianto. Il seguente Poco Adagio, in Si bemolle maggiore, è improntato ad un lirismo delicato e ad una elegante cantabilità del primo violino (nella parte è riportata l’indicazione “dolce”): questa atmosfera così intima e poetica ha suggerito il significativo titolo “Ein Traum” (Un Sogno) per questa pagina mirabile. Il Menuetto (Allegretto) torna alla tonalità di Fa maggiore e si caratterizza per i netti contrasti dinamici; il Trio è in minore ed alterna ugualmente frasi esposte in “forte” a risposte “piano”. Il Finale (Vivace) è in tempo 6/8 e riutilizza anche precedenti elementi tematici.

 

Dopo un soggiorno di tre anni negli Stati Uniti, dal novembre 1892 all’aprile 1895, Antonín Dvořák ritornò a Praga dove però iniziò a comporre solo nel novembre di quell’anno e, anziché completare il Quartetto Op. 105 che aveva iniziato a New York, si mise a comporre un nuovo lavoro per lo stesso organico, l’Op. 106, lavorandovi per la precisione dall’11 novembre al 9 dicembre. Dopo aver terminato la composizione, decise di completare il precedente Quartetto. L’Op. 106 ebbe la prima esecuzione a Praga il 9 ottobre 1896, suonata dal Quartetto Boemo. Più che i caratteri stilistici ed espressivi che segnano il cosiddetto “stile americano” di Dvořák, sono visibili in questo Quartetto un più convinto ritorno da un lato ad un linguaggio più “classico” e dall’altro alle suggestioni ed ai richiami della musica popolare ceca. La composizione inizia con un Allegro moderato, nel tema di impianto (Sol maggiore) che espone un primo tema alquanto singolare: due salti ascendenti dei violini, seguiti da un veloce, breve trillo di biscrome, ed in conclusione un arpeggio in terzine discendenti. Anche il secondo tema è libero e originale e si enuclea su un semplice inciso di quattro note, reiterato numerose volte. Magistrali sono tuttavia il trattamento di un materiale così semplice e la fantasiosa ricchezza e varietà dell’invenzione musicale, sia in tutta la fase dello sviluppo, che nella conclusiva ripresa a coda, che reca l’indicazione Maestoso. Il secondo movimento, Adagio ma non troppo, in Mi bemolle, è uno dei più felici ed espressivi tempi lenti del grande Maestro boemo: il tema, che pare mutuato da un canto popolare, mostra un evidente “carattere slavo” nella continua alternanza del modo maggiore e del modo minore. L’Adagio, verso la fine, raggiunge il suo apice (“climax”) con un “fortissimo” (con tre effe!) contrassegnato con l’indicazione “Grandioso”; dopo il clima si rasserena, diviene più intimo e delicato e ritorna il tema da eseguirsi “con sentimento e molto cantabile” e la pagina termina in un soffuso “pianissimo”. Anche se non espressamente denominato Scherzo, il terzo movimento è esattamente in tale forma: uno Scherzo (in Si minore) con due Trii, con una struttura che può essere sintetizzata in A-B-A-C-A (dove B e C sono dati dai due Trii). Il tema dell’inizio è ritmico e vigoroso, mentre i due episodi centrali, il primo basato su una scala pentatonica e il secondo “un poco meno mosso”, hanno un carattere più riflessivo e più calmo. Anche in questa pagina gli echi della musica etnica si fanno sentire con chiarezza e si fa apprezzare la freschezza dell’ispirazione e la vivacità dell’espressione. Il Finale si apre con un Andante sostenuto, nel tono di Re maggiore, che declama il tema affidato ai quattro strumenti: segue un brillante Allegro con fuoco che, nell’andamento sincopato di sapore popolaresco, richiama il modo di danza slava denominato “Furiant”. In una più lenta sezione mediana Dvořák richiama anche melodie tratte dal primo movimento e il Finale è costruito sul tema principale e chiude il lavoro con una “pesante” sezione (tutta in “fortissimo”) entusiasmante e vitale.

 

Dmitri Šostakovič aveva stretto per lungo tempo un’intensa collaborazione e un sodalizio musicale, fruttuoso a giudicare dai risultati, con i componenti del Quartetto d’archi moscovita intitolato a Beethoven; molte prime esecuzioni dei Quartetti del Maestro furono affidati a questi validissimi musicisti e quando chiesero al compositore di scrivere un Quintetto con pianoforte, da eseguire insieme, Šostakovič non si fece pregare due volte. Con notevole prontezza lavorò alla stesura del Quintetto nel corso dell’estate 1940 e la prima esecuzione avvenne il 23 novembre di quello stesso anno a Mosca con la formazione sopra ricordata e l’autore al pianoforte. L’accoglienza fu talmente entusiastica che gli esecutori furono costretti a bissare lo Scherzo e il Finale e il lavoro fu premiato con il Premio Stalin per la bella cifra di centomila rubli, probabilmente il compenso più alto mai elargito per una composizione cameristica. Limpido nel linguaggio musicale e di stile assolutamente “classico”, il Quintetto inizia con un lento, compassato e declamatorio Preludio; questa solennità scompare però presto per lasciar posto a una più luminosa ed animata sezione centrale; ma la drammatica intensità torna per una breve ripresa libera dell’apertura. La Fuga sullo stile di Bach, che segue senza interruzione, è profonda ed emozionante. Il soggetto potrebbe essere tratto da una malinconica canzone russa d’ispirazione popolare ed è annunciato dal solo primo violino. Šostakovič sviluppa una considerevole tensione nella conduzione del materiale musicale e nel gioco della timbrica strumentale; tutto è studiato e costruito con una rara sapienza contrappuntistica, del tutto in linea con i suoi interessi compositivi (basti pensare ai suoi magistrali Preludi e Fughe per pianoforte). Ardente e tempestoso, lo Scherzo si consuma in due episodi ripetuti di carattere quasi naif, due frasi del pianoforte in contrasto con un aggressivo accompagnamento degli archi. Questo carattere giocoso, un poco impertinente, continua fino alle aspre dissonanze della contrastata sezione centrale, trattate con uno spirito piuttosto scanzonato. L’Intermezzo è fondamentalmente un dialogo tra un’ampia, distesa melodia e un fresco, animato “staccato”: significativa e felice la scelta timbrica operata dal Maestro nell’affidare agli strumenti le frasi che costruiscono tutto il movimento. Alla fine dell’Intermezzo il pianoforte allude al tema del Finale, che poi espone senza alcuna interruzione. Il tono generale è chiaro e semplice, l’ispirazione è serenamente ottimistica, il ritmo sta tra il Tempo di Marcia e la Danza: solo nel Finale torna una sorridente tranquillità, una svagata noncuranza venata di tenera malinconia.

 

Alberto Barbadoro

Direttore Artistico Amici della Musica “G. Michelli”



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