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GORAN BREGOVIC, EVENTO SPECIALE

Albero dell’orrido campo

Un ballo in maschera

 

Dopo il debutto, replicHE sabato 13 e martedì 16 DICEMBRE

 

Dopo il successo del debutto, replica la seconda produzione della Stagione lirica di Ancona,  “Un ballo in maschera” di G. Verdi, nella messinscena di Giancarlo Cobelli, con Donato Renzetti alla guida dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana e il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” diretto da Carlo Morganti.

 

Tra gli interpreti: il tenore Marco Berti (Riccardo), il soprano Tatiana Serjan (Amelia), il baritono Stefano Antonucci (Renato), il contralto Trichina Vaughn (Ulrica), il soprano Anna Skibinsky (Oscar).

 

Alle Muse va in scena la versione più frequentata di Un ballo in maschera, quella ambientata a Boston dove il protagonista è il conte Riccardo, governatore della città. La versione originale, che si ispirava alla vicenda di Gustavo di Svezia, venne all’epoca censurata perché non era ammissibile un regicidio in scena.

 

Di fatto, la nascita del Ballo in maschera è complessa e tormentata e troppo lunga per essere qui trattata nei dettagli. In sintesi è andata così. Nella primavera del 1856 il segretario alla direzione del S.Carlo di Napoli offre a Verdi un contratto per la stagione 1856-57. Verdi accetta e propone il soggetto che avrebbe sempre voluto musicare e che non riuscirà mai a fare, il Re Lear di Shakespeare, cui da qualche anno aveva cominciato a pensare, e nel frattempo finì il Simon Boccanegra per La Fenice; il libretto dell'opera sarebbe stato affidato ad Antonio Somma, avvocato e commediografo conosciuto da Verdi ai tempi di Traviata.

La faccenda del Re Lear andava però per le lunghe perché Verdi non trovava cantanti adatti alle parti, tanto che già nel settembre, con il S.Carlo impaziente, era alla ricerca di nuovi titoli; il contratto fu firmato definitivamente per la stagione di Carnevale 1856-57 e, con gli abbonati  impazienti, Verdi doveva assolutamente stringere i tempi per un soggetto nuovo.

È significativo il fatto che Verdi cercasse un dramma al di fuori delle convenzioni operistiche e dotato di caratteri drammaturgici misti "una specie di Sonnambula senz'essere un'imitazione della Sonnambula", scrive a Somma. Cominciò a ridurre il Gustave III ou Le Bal masqué, di Scribe, fatto a Parigi nel 1833 su musica di Auber, che aveva già affascinato Bellini ed era stato musicato anche da Mercadante su libretto di Cammarano col titolo "Il Reggente". Rifiutati eventuali riallestimenti proposti da Verdi su Aroldo, Boccanegra o Battaglia di Legnano, il S.Carlo ripiegò su questo dramma.

Qui incomincia la lunga diatriba fra Verdi e Somma da una parte e la censura dall'altra, che proibiva un re quale protagonista, la rappresentazione di un tradimento amoroso, ballo e omicidi in scena, e imponeva un cambiamento di ambientazione storica in epoca in cui si credeva alle streghe. Qualche cambiamento fu fatto da Verdi e Somma, e anche nel titolo (Una vendetta in domino), ma non sembrava abbastanza per la censura. La cosa finì anche sui tavoli degli avvocati.

La soluzione fu un colpo di mano di Verdi: propose il soggetto al Teatro Apollo di Roma, e, superando un primo intervento censorio anche qui, dopo aver minacciato di ritirare il libretto che aveva consegnato all'impresario dell'Apollo, ci si accordò su modifiche parziali: trasferimento dell'azione in Nordamerica, Gustavo III divenne il governatore di Boston e via così. Il debutto avvenne il 17 febbraio 1859 al Teatro Apollo.

La critica accusò Verdi di influenze d'oltralpe dopo l'esperienza dei Vêpres, dell'eliminazione della cabaletta, della scarsa poesia del libretto.

In teatro ci furono una trentina di chiamate di cui una ventina per Verdi, applausi a scena aperta per tenore e baritono, coriandolini, fiori e serenate sotto la casa del maestro, un rituale non nuovo per Verdi; fallirono invece le parti femminili.



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