Tra le dieci voci storiche di tenore del XX secolo
FRANCO CORELLI, UN GIGANTE
Nato ad Ancona nel 1921. Si
segnalò nel 1951 al Concorso di Spoleto e diede di Don José, uno dei suoi
cavalli di battaglia, una definizione alquanto ficcante, benché suscettibile di
rilievo sotto il profilo stilistico. Corelli Cantava Carmen in
italiano e non nascose mai la sua preferenza per cantarla nella nostra lingua:
a Firenze nel 1968 nel corso di un’edizione francese con Shirley Verret nel
ruolo del titolo, il tenore anconetano cantò in italiano la “Romanza del
fiore”. Come dire che la versione italiana di Carmen ha una ragione
d’essere, specie se essa viene sostenuta con l’autorevolezza di Franco Corelli.
L’interpretazione di Carmen
esalta una caratteristica peculiare dell’arte di Corelli: la capacità di
abbandonarsi con il suo torrente di voce, esaltandola con un canto
iperbolico, di trasformarla nel grido disperato dell’eroe votato alla
morte. Per tutta la carriera, Corelli scrutò nel mistero della voce e lavorò
con diuturna fatica per conferire al suo strumento il colore particolare della
cavata di un violoncello. D’altro canto credette con tutte le sue forze nel
canto legato e adorò i portamenti che conferiscono alla melodia un pathos
senza pari. Il torrente di voce aveva bisogno di argini e Corelli imparò a
costruirli. Per esempio conferendo fermezza al suono. Il giovane tenore
procedeva anche ad un’altra operazione che sotto il profilo meramente vocale ha
un solo precedente nel XX secolo: quello di Caruso. Mentre Caruso si trasformò
in un lirico-spinto dai colori baritonali e dai bagliori del bronzo, Corelli si
trasformò da tenore baritonale in un perfetto lirico-spinto, capace di
scalare le vette del pentagramma e di sostenere, in alternanza a parti del
repertorio verista, personaggi romantici. Entrambi riuscirono ad avvolgere il
suono corposo delle loro voci, il colore bruno, in una sorta di guaina melodica
che conferisce al loro canto una musicalità e una morbidezza rara in queste
voci.
Corelli riuscì a possedere la
forza di un titano e la morbidezza di un cavaliere, producendo l’impressione di
una voce possente e virile che si piega alla dolcezza e al canto a fior di
labbro, che usa il portamento e l’arte del rubato per disegnare il
diagramma delle passioni che agitano un personaggio. Corelli riuscì a
raggiungere uno stato di grazia che comportò il conseguimento di una tecnica
pressoché perfetta alla fine degli anni Cinquanta. . Il suo proverbiale Andrea
Chénier, uno dei migliori del secolo, il Verdi maturo della Forza
del destino a Napoli nel 1958 e un eroe pucciniano lucente come Calaf, a
Pisa nello stesso anni: interpretazioni storiche. Corelli, come la Callas in
altro contesto, riuscì a inventare uno stile che con credibilità faceva
rivivere il mito dell’eroe romantico, fatto di slanci ed abbandoni, di roventi
invettive e di acuti al fulmicotone che scoccavano come folgori. Era uno stile
in cui convivevano modelli diversi. C’erano i turgori della scuola verista,
dalla cui costola aveva preso avvio la carriera di Corelli, c’erano gli
insegnamenti di Lauri-Volpi che gli aveva insegnato ad arginare il torrente, a
modulare il suono alla conquista di un registro acuto da perdere la testa,
c’era il culto delle puntature. Da tenore romantico aveva il gusto per il
cesello, per la ricerca del suono prezioso.
Corelli sapeva che
il canto non può ridursi ai soli acuti, ma senza gli acuti il tenore romantico,
piaccia o non piaccia, è come un cavaliere senza spada o con la spada spuntata.
E con la sua lama lucente amava infilzare il pubblico che con voluttà si
lasciava trafiggere.
tratto da La
“geografia” della voce: storia della vocalità dal dopoguerra ad oggi, 9^
puntata, a cura di Giancarlo Landini, l’Opera, ottobre 2003