GIORNO DEL RICORDO
Manifestazioni in ricordo delle Vittime delle Foibe
promossa e organizzata dal Comune di Ancona; dall’Associazione Amici e
Discendenti degli Esuli Giuliani, Istriani, Fiumani; dall’Associazione
Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
Venerdì
10 febbraio
Ore
9 – Monumento ai Caduti
Deposizione di una corona d’alloro in memoria dei 350.000
esuli giuliano-dalmati e delle vittime delle foibe
Ore
10.30 – Sala Consiliare del Comune di Ancona
Incontro-dibattito con gli studenti e proiezione del filamato
“Esodo”
Ore
17.30 – Auditorium della Chiesa di S. Agostino
Conferenza sul tema “L’Esodo Giuliano-Dalmata: una storia
dimenticata” con la partecipazione dello storico prof. Gilberto Piccinini e proiezione del
filmato “Esodo”
Domenica
12 febbraio
Ore
21 – Ridotto del teatro delle Muse
“Quell’enorme lapide bianca”, lettura teatrale di Luca
Violini su musiche originali di Gabriele Esposto.
SU:
“QUELL’ENORME LAPIDE BIANCA”
Per decenni, c’e’ stata una
pagina di storia italiana di cui non si poteva parlare. Quella pagina
raccontava il sacrificio delle genti istriano-fiumano-dalmate, in Istria, alla
fine della seconda guerra mondiale. Un sacrificio negato, scomodo, da
rimuovere. Tirarla in ballo non era politicamente corretto (anche se allora non
si diceva così): era segno di una prevenzione ideologica, o – peggio – di
partito preso. Le foibe, naturalmente è di questo che stiamo parlando, erano
considerate un episodio minore di una guerra che aveva visto drammi ben più
gravi, e comunque un episodio da non rivangare.
Perché? Il motivo, agghiacciante
nella sua semplicità, e evidente: i buoni (quelli che per voce comune e per
auto candidatura erano gli unici buoni) non ci facevano esattamente una bella
figura. Per altro verso, però, le foibe sembravano spesso solo un tassello di
un complicato gioco di equilibri ideologici: tanti morti di qui, tanti di là…
alla fine ognuno aveva i suoi cadaveri e le sue colpe, e il consuntivo faceva
zero. I fascisti erano cattivi, però i comunisti… si diceva da una parte. Dall’altra
si sosteneva – con quella spocchia che troppo spesso hanno quelli che si
credono depositari della verità, che se qualche errore c’era stato, era in nome
di un ideale.
Ideale. Ecco, questo sì era un argomento interessante
su cui meditare. Un ideale giustifica i morti? E per converso, se un ideale
frainteso causa soprusi, è solo per questo sbagliato?
Non crediamo a nessuna delle due
cose. Crediamo invece che la sofferenza, l’ingiustizia, i soprusi, in nome di
qualsivoglia sole, dell’avvenire o meno, non debbano essere dimenticati. Ma non
per fornire strumenti propagandistici a questa o quella parte. Al contrario,
per trarne un insegnamento: che tutte le volte che qualcuno si sente investito
di una superiore missione – unto del Signore, araldo del progresso, paladino
degli oppressi – tutte le volte, qualcun altro ne fa le spese, in nome di
qualcosa di superiore.
E invece, vogliamo dirlo a
chiare lettere, non c’e’ nulla di così superiore da giustificare il sopruso, la
violenza, lo sterminio. Ne’ un dio, ne un’idea politica.
“Quell’enorme lapide bianca” è
solo questo: un invito a non dimenticare. Ma non per un generico culto della
memoria, ma perché l’insegnamento, nelle cose della storia, c’e’ sempre. Basta
che il ricordo non vada disperso nelle pieghe della cultura dominante e delle
ideologie vincenti. Basta, altresì, che il ricordo non diventi lo strumento
della propaganda degli avversari.
Abbiamo immaginato, così, non le
considerazioni idelogico-politico-militari di sedicenti esperti di scenari e analisti
della politica, ma il dialogo intimo e privato tra due amici: uno sloveno e un
italiano. Lo sloveno, Ive, è vissuto nella sua verità, fatta di slogan, di
pensieri semplificati da mandare a memoria. Ha, in qualche modo, dato la sua
spiegazione. Quella più semplice, quella che tranquillizza: noi avevamo
ragione, cacciavamo gli invasori. L’italiano, Enrico, non è sopravvissuto. E
non tanto alla violenza bestiale degli sgherri di Tito, quanto al silenzio
imbarazzato, velato di opportunità politica, di tanti progressisti del suo
paese.
Ne è venuto fuori qualcosa che
non pretende di rispondere a un dramma così gigantesco. Si propone solo – come
invoca Enrico verso la fine del testo – di appoggiare un fiore rosso su una
lapide che ognuno di noi ha nel cuore. Quella che conserva il ricordo mortale
di persone uccise senza neppure capire il perché, simbolo di un nemico di
classe che non sapevano di essere. Simbolo dei tanti, troppi casi in cui
l’oppositore, il dissenziente, o semplicemente il diverso è una fastidiosa
macchia nella perfezione dell’ideologia. Da rimuovere, o, se necessario,da
distruggere.
Abbiamo messo in scena
“Quell’enorme lapide bianca” nella speranza che il ricordo impedisca che cose
del genere succedano ancora. Certo. Ma anche per dire a ognuno che non ci sono
morti rossi, morti neri, o azzurri da spregiare o da appuntarsi sul petto come
medaglie. Ci sono persone. Che avevano degli affetti, dei sogni, dei volti
cari. Che adesso non ci sono più. E pretendono di non essere dimenticate.
Paolo Logli
Luca Violini