| CASCIOLI IN "PRIMA" |
Il Debutto di Cascioli
Pianista straordinario e compositore refrattario alle regole dell'avanguardia
"Il
pezzo ha caratteristiche di comprensibilità. Non è mio obiettivo primario
mettere in difficoltà l'ascoltatore con musica astrusa, difficile, perché non
mi sembrano propizi i tempi. E' già in atto una rottura incredibile tra
compositore e ascoltatore. Per evitare che ognuno vada avanti per i fatti suoi
è necessario che la nostra musica contemporanea ritrovi un pubblico che abbia
voglia di seguire".
"Spero
che sia finalmente arrivato il tempo in cui ogni compositore può scrivere come
si sente, senza doversi più chiedere: posso o non poso farlo?. Chi scrive
musica, oggi, si pone troppe di queste domande, elimina un passaggio perché
somiglia a quello di un altro compositore, evita il modo di scrivere tonale e i
ritmi ben definiti. In fondo, quella che si chiama avanguardia non è che una
serie infinita di regole e, secondo me, non ci aiuta un granché. Vorrei che
tutte le esperienze dell'avanguardia venissero presentate insieme alla musica
del passato. Accade invece che, attratti dalle novità, cancelliamo
automaticamente quello che c'è stato prima. Eppure, in qualche modo
intelligente si può integrare tutto, come in una lingua dove non cancelliamo
una parola solo perché ne abbiamo imparata una migliore. Non vedo la ragione
per cui bisogna sostituire ogni cosa. Soltanto se riusciamo a fondere e
utilizzare tutta la musica, del passato e del presente, con tutte le esperienze
che abbiamo fatto, si possono gettare le basi sulle quali la gente può
ritrovare un terreno comune, il carattere di comprensibilità in un'opera
musicale. E mi riferisco anche all'uso delle tonalità". "E'
vero, ho sempre scelto brani poco frequentati. Tutto nasce dal Concorso Umberto
Micheli di Milano che aveva un programma abbastanza
interessante, basato su musica del Novecento e sulle cose più insolite di Beethoven, come la Fantasia opera 77. Ho cominciato la mia
carriera di pianista suonando in giro questo repertorio. Anche per le mie prime
incisioni ho dovuto scovare il poco conosciuto. Soltanto ora comincio ad
affrontare brani famosi, ma ritengo che debbano essere presentati in un modo
che abbia qualcosa di diverso da dire rispetto a quelli che si sono già
sentiti, altrimenti non vedo l'utilità di riproporre continuamente la stessa
musica, nella stessa identica maniera. L'interesse dell'ascolto dovrebbe essere
la novità, la differenza, lo stupore. E' l'ignoto ad attrarci continuamente.
Invece, sono in troppi a sostenere che la gente non si diverte se non ascolta
suonare le stesse cose nell'esatta interpretazione che si aspetta di sentire.
Su questa strada, non c'è alcun futuro per la musica. Tuttavia, so bene quanto
capiti di frequente in un concerto che il pubblico opponga resistenza a un
direttore che cambia il tempo di un passaggio oppure fa un certo fraseggio
diverso. Questo è un problema, soprattutto se pensiamo all'inizio del Novecento
quando le interpretazioni e gli interpreti erano molto diversificati fra di
loro: c'erano Furtwangler e Arturo Toscanini con le loro opposte visioni della musica. Oggi è
tutto omogeneo. Ci sono, è vero, personalità diverse ma si sente che fanno
parte di questo tempo dell'unificazione totale".
"Sono
conosciuto come pianista, ma fin da piccolo ho nutrito primariamente
l'interesse per la composizione. Ascoltavo molta musica classica di dischi che
avevo in casa e questo mi metteva voglia di scrivere. La curiosità mi ha
portato a studiare non direttamente composizione ma uno strumento. A otto anni
ho iniziato a studiare seriamente pianoforte. I primi rudimenti li avevo
appresi da persone di famiglia che conoscevano più o meno lo strumento. Ho
studiato dapprima a Torino e poi, verso i dodici anni, è arrivata la svolta
quando sono andato all'Accademia di Imola e ho incontrato il maestro Franco
Scala, il mio unico vero insegnante. Con lui ho studiato per molto tempo. Nel
'94 ho debuttato quasi per scherzo cercando di partecipare al Concorso Umberto Micheli di Milano, ed è andata bene. Da lì è cominciata la
vera carriera di pianista, c'erano in palio molti concerti e registrazioni,
spero che vada avanti".
"Ho
fatto dei tentativi, ho presentato piccoli pezzi ad Ancona nel 2000, ma non mi
ritengo affatto un esperto in questo campo. Tuttavia, avendo studiato musica
elettronica al conservatorio di Milano, reputo senz'altro interessante
approfondire le caratteristiche dei suoni che sono possibili col computer. Sono
convinto che il computer e la musica elettronica sono i mezzi migliori per
produrre quegli effetti sonori ricercati anche nella musica normale, con
strumenti acustici normali, con orchestre o pianoforti. Scrivere un tema o uno
sviluppo per un genere di musica elettronica è estremamente complesso e quasi
impossibile. Invece, fare delle fasce sonore, produrre effetti, suoni strani o
mai sentiti fa parte della natura stessa del computer e, quindi, della musica
elettronica. Viceversa, produrre effetti con gli strumenti spesso richiede
tecniche strane. I violinisti, per esempio, devono usare armonici archetti
dietro ponticello, pizzicato dietro ponticello, scordature,
archetto con legno, doppie o triple note per produrre suoni atipici. Sono
tecniche difficilissime per esecutori bravissimi e non sempre il risultato
corrisponde alla fatica. Per questa ragione nella mia musica sinfonica e
cameristica non metto mai effetti fine a se stessi. Preferisco seguire
l'esempio di Edgard Varèse
che in un pezzo di orchestra sinfonica come Desert ha
messo prima gli strumenti che fanno gli strumenti e dopo un pezzo di musica
elettronica, per ricominciare con l'orchestra e far rientrare dopo un nastro di
musica elettronica. Magari mi sbaglio, ma gli strumenti normali usati con i
criteri della musica elettronica rivelano i loro limiti". A cosa le
piacerebbe lavorare in futuro? "Ho
accumulato abbastanza esperienza come pianista. La direzione d'orchestra e la
composizione rimangono territori ancora da esplorare. Anche se da quando ho
cominciato a studiare musica ho sempre scritto musica senza mai fermarmi, la
composizione richiede molto esercizio. Per presentare una sinfonia o una sonata
di fronte a un pubblico bisogna aver veramente provato tante cose. La composizione
rimane un interessante campo sempre da esplorare, producendo continuamente
qualcosa di nuovo. La direzione d'orchestra mi diverte e mi affascina
tantissimo, vorrei poter fare più esperienze possibili e continuare.
Chiaramente non desidero abbandonare il pianoforte perché è uno strumento che
mi piace molto. Vorrei magari che i miei impegni come direttore potessero
aumentare in modo che io possa, eventualmente, dirigere la mia stessa
musica".
"Ho chiesto 4 o 5 prove, ma non vorrei togliere tempo a Mozart e Beethoven che desidero fare come Dio comanda. Purtroppo, è normale che un pezzo nuovo prenda più tempo anche perché finché non lo sentirò come l'ho pensato probabilmente mi darà fastidio". |
| stampa chiudi |