CASCIOLI IN "PRIMA"

Il debutto di Cascioli

Il Debutto di Cascioli

Pianista straordinario e compositore refrattario alle regole dell'avanguardia


Conosciuto in Italia e all'estero per le sue sorprendenti doti di pianista, il ventitreenne Gianluca Cascioli debutta alle Muse come compositore e direttore di una grande orchestra con "Sinfonia in quattro movimenti". Una decina di anni fa, una congiuntura fortunata lo porta ad eseguire al pianoforte brani di musica contemporanea e opere poco conosciute di grandi del passato. La sua personalità ne esce fortemente caratterizzata e motivata nel proseguire un percorso che esplora l'ignoto, evitando le formalizzazioni canonizzate dell'esecuzione e della composizione contemporanea.


"Come dice il titolo, - spiega Cascioli, - quella che presento ad Ancona è una sinfonia in quattro movimenti. Al primo, lento e lirico, segue il secondo movimento che, invece, usa uno stile dodecafonico per un tema dalle variazioni contrastanti. Poi c'è ancora un pezzo lento che si intitola "Parfum exotic", come la poesia di Baudelaire alla quale mi sono ispirato e di cui cerco di descrivere musicalmente ogni verso. Per renderne il carattere esotico ho scelto uno stile musicale vicino a quello di Messiaen. L'ultimo è il movimento più consistente, dura circa dodici minuti e ricorda la musica e i titoli di Varese. Si chiama "Voyager", come una sonda spaziale, perché il tipo di musica esplora spazi diversi e cambia continuamente, sebbene il flusso sia unico dall'inizio alla fine. E' una musica basata su accordi tenuti, ma sotto ci sono le percussioni che producono l'atmosfera e i ritmi tipici della musica di Varèse".


Come pensa che il pubblico accolga questa sua prima?

"Il pezzo ha caratteristiche di comprensibilità. Non è mio obiettivo primario mettere in difficoltà l'ascoltatore con musica astrusa, difficile, perché non mi sembrano propizi i tempi. E' già in atto una rottura incredibile tra compositore e ascoltatore. Per evitare che ognuno vada avanti per i fatti suoi è necessario che la nostra musica contemporanea ritrovi un pubblico che abbia voglia di seguire".


Sembra esserci un tono polemico nelle sue affermazioni. Quale strada immagina per avvicinare l'ascoltatore alla musica contemporanea?

"Spero che sia finalmente arrivato il tempo in cui ogni compositore può scrivere come si sente, senza doversi più chiedere: posso o non poso farlo?. Chi scrive musica, oggi, si pone troppe di queste domande, elimina un passaggio perché somiglia a quello di un altro compositore, evita il modo di scrivere tonale e i ritmi ben definiti. In fondo, quella che si chiama avanguardia non è che una serie infinita di regole e, secondo me, non ci aiuta un granché. Vorrei che tutte le esperienze dell'avanguardia venissero presentate insieme alla musica del passato. Accade invece che, attratti dalle novità, cancelliamo automaticamente quello che c'è stato prima. Eppure, in qualche modo intelligente si può integrare tutto, come in una lingua dove non cancelliamo una parola solo perché ne abbiamo imparata una migliore. Non vedo la ragione per cui bisogna sostituire ogni cosa. Soltanto se riusciamo a fondere e utilizzare tutta la musica, del passato e del presente, con tutte le esperienze che abbiamo fatto, si possono gettare le basi sulle quali la gente può ritrovare un terreno comune, il carattere di comprensibilità in un'opera musicale. E mi riferisco anche all'uso delle tonalità".

Il discorso si riflette sulla sua maniera onnivora e personalissima di eseguire un repertorio variegato fatto di brani non frequentati…

"E' vero, ho sempre scelto brani poco frequentati. Tutto nasce dal Concorso Umberto Micheli di Milano che aveva un programma abbastanza interessante, basato su musica del Novecento e sulle cose più insolite di Beethoven, come la Fantasia opera 77. Ho cominciato la mia carriera di pianista suonando in giro questo repertorio. Anche per le mie prime incisioni ho dovuto scovare il poco conosciuto. Soltanto ora comincio ad affrontare brani famosi, ma ritengo che debbano essere presentati in un modo che abbia qualcosa di diverso da dire rispetto a quelli che si sono già sentiti, altrimenti non vedo l'utilità di riproporre continuamente la stessa musica, nella stessa identica maniera. L'interesse dell'ascolto dovrebbe essere la novità, la differenza, lo stupore. E' l'ignoto ad attrarci continuamente. Invece, sono in troppi a sostenere che la gente non si diverte se non ascolta suonare le stesse cose nell'esatta interpretazione che si aspetta di sentire. Su questa strada, non c'è alcun futuro per la musica. Tuttavia, so bene quanto capiti di frequente in un concerto che il pubblico opponga resistenza a un direttore che cambia il tempo di un passaggio oppure fa un certo fraseggio diverso. Questo è un problema, soprattutto se pensiamo all'inizio del Novecento quando le interpretazioni e gli interpreti erano molto diversificati fra di loro: c'erano Furtwangler e Arturo Toscanini con le loro opposte visioni della musica. Oggi è tutto omogeneo. Ci sono, è vero, personalità diverse ma si sente che fanno parte di questo tempo dell'unificazione totale".


Ci racconti il suo percorso artistico.

"Sono conosciuto come pianista, ma fin da piccolo ho nutrito primariamente l'interesse per la composizione. Ascoltavo molta musica classica di dischi che avevo in casa e questo mi metteva voglia di scrivere. La curiosità mi ha portato a studiare non direttamente composizione ma uno strumento. A otto anni ho iniziato a studiare seriamente pianoforte. I primi rudimenti li avevo appresi da persone di famiglia che conoscevano più o meno lo strumento. Ho studiato dapprima a Torino e poi, verso i dodici anni, è arrivata la svolta quando sono andato all'Accademia di Imola e ho incontrato il maestro Franco Scala, il mio unico vero insegnante. Con lui ho studiato per molto tempo. Nel '94 ho debuttato quasi per scherzo cercando di partecipare al Concorso Umberto Micheli di Milano, ed è andata bene. Da lì è cominciata la vera carriera di pianista, c'erano in palio molti concerti e registrazioni, spero che vada avanti".


Parliamo di Cascioli compositore di musica elettronica.

"Ho fatto dei tentativi, ho presentato piccoli pezzi ad Ancona nel 2000, ma non mi ritengo affatto un esperto in questo campo. Tuttavia, avendo studiato musica elettronica al conservatorio di Milano, reputo senz'altro interessante approfondire le caratteristiche dei suoni che sono possibili col computer. Sono convinto che il computer e la musica elettronica sono i mezzi migliori per produrre quegli effetti sonori ricercati anche nella musica normale, con strumenti acustici normali, con orchestre o pianoforti. Scrivere un tema o uno sviluppo per un genere di musica elettronica è estremamente complesso e quasi impossibile. Invece, fare delle fasce sonore, produrre effetti, suoni strani o mai sentiti fa parte della natura stessa del computer e, quindi, della musica elettronica. Viceversa, produrre effetti con gli strumenti spesso richiede tecniche strane. I violinisti, per esempio, devono usare armonici archetti dietro ponticello, pizzicato dietro ponticello, scordature, archetto con legno, doppie o triple note per produrre suoni atipici. Sono tecniche difficilissime per esecutori bravissimi e non sempre il risultato corrisponde alla fatica. Per questa ragione nella mia musica sinfonica e cameristica non metto mai effetti fine a se stessi. Preferisco seguire l'esempio di Edgard Varèse che in un pezzo di orchestra sinfonica come Desert ha messo prima gli strumenti che fanno gli strumenti e dopo un pezzo di musica elettronica, per ricominciare con l'orchestra e far rientrare dopo un nastro di musica elettronica. Magari mi sbaglio, ma gli strumenti normali usati con i criteri della musica elettronica rivelano i loro limiti".

A cosa le piacerebbe lavorare in futuro?

"Ho accumulato abbastanza esperienza come pianista. La direzione d'orchestra e la composizione rimangono territori ancora da esplorare. Anche se da quando ho cominciato a studiare musica ho sempre scritto musica senza mai fermarmi, la composizione richiede molto esercizio. Per presentare una sinfonia o una sonata di fronte a un pubblico bisogna aver veramente provato tante cose. La composizione rimane un interessante campo sempre da esplorare, producendo continuamente qualcosa di nuovo. La direzione d'orchestra mi diverte e mi affascina tantissimo, vorrei poter fare più esperienze possibili e continuare. Chiaramente non desidero abbandonare il pianoforte perché è uno strumento che mi piace molto. Vorrei magari che i miei impegni come direttore potessero aumentare in modo che io possa, eventualmente, dirigere la mia stessa musica".


Per quanto tempo proverà qui ad Ancona?

"Ho chiesto 4 o 5 prove, ma non vorrei togliere tempo a Mozart e Beethoven che desidero fare come Dio comanda. Purtroppo, è normale che un pezzo nuovo prenda più tempo anche perché finché non lo sentirò come l'ho pensato probabilmente mi darà fastidio".




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