LA FARFALLA DI PUCCINI SI POSA SULLE MUSE

Se l’Idomeneo e “Lucia di Ammermoor” sono rporduzioni delle Muse La Madama Bitterfly che arriva ad Ancona ha una vita

LA FARFALLA DI PUCCINI SI POSA SUL PALCOSCENICO DEL TEATRO DELLE MUSE

Madama Butterfly di Puccini nella storica messinscena di Beni Montresor ripresa dal soprano-regista Renata Scotto e interpretata da Daniela Dessì

 

Madama Butterfly di Puccini, una delle opere più popolari e amate dal pubblico (ma anche dallo stesso Puccini), fa parte del programma della stagione lirica inaugurale del teatro delle Muse, insieme all’Idomeneo di Mozart e alla Lucia di Lammermoor di Donizetti.

L’allestimento che andrà in scena ad Ancona nei giorni 10, 12 e 14 del prossimo dicembre ha debuttato nello scorso giugno al Teatro Carlo Felice di Genova con la regia di Renata Scotto e con i costumi e le scene oniriche di Beni Montresor. Anche a Genova si trattava di una ripresa della messinscena che aveva curato nel 1995 lo stesso Montresor scomparso nell’ottobre dell’anno passato.

Grande signora della lirica, Renata Scotto ha alle spalle una carriera lunga quasi cinquant’anni. Un soprano apparso come protagonista della scena lirica a diciannove anni interpretando la Traviata e quella stessa Butterlfly che molti anni dopo, nel 1986, la vide debuttare come regista al Metropolitan di New York. Mentre al Carlo Felice, la Scotto dirigeva la giovane rumena Adina Nitescju nel ruolo di Cio Cio San, alle Muse sarà la nota Daniela Dessì a interpretare il drammatico ruolo della geisha, mentre l’orchestra sarà diretta dal Maestro Renato Palumbo.

 

Si tratta di una messinscena essenziale, antiesotica, asciutta, di una pulizia geometrica e di un nitore funereo, giocata sul protagonismo delle luci che si riflettono sulle spoglie superfici traslucide del fondale e delle quinte. Sono pochissimi gli elementi in scena. La stessa casetta a pannelli scorrevoli di Butterfly e Pinkerton è una semplice sagoma sul fondo, posta al centro su una piccola scalinata, che nel secondo e terzo atto diventa l’accesso alle stanze interne, separate dal resto del mondo da un velario bianco chiamato a trasformarsi in sudario nel momento finale dell’opera quando, staccandosi, avvolge il cadavere della protagonista sotto un fascio di luce bianchissima. 

“Non è stato un problema – dichiara la regista - riprendere quell’allestimento limpido e poetico di Montresor che lascia tutto al dramma: un vero attore non ha bisogno di orpelli per far rivivere il suo personaggio. La nudità della scena, dove tutto è ordinato e semplice, mi sembra molto vicina allo stile giapponese”.

 

Qualcosa però è cambiato dalla storica edizione dello scenografo-regista-costumista veronese: “Ho tolto i ponti mobili e i movimenti della casetta perché – prosegue Renata Scotto, - per me il dramma è ancora più intimo. Ma sposo in pieno tutto il resto, compresa la scelta di restituire continuità narrativa al dramma diviso in due atti anziché in tre. Ci tengo che il pubblico colga, nell’intermezzo strumentale, il passaggio della notte trascorsa da Cio Cio San a scrutare l’oceano”.

 

Ad Ancona, la regista-soprano lavorerà con la grande Daniela Dessì sull’interpretazione di un ruolo che conosce molto bene nella leggendaria problematicità vocale di rendere il “quasi parlato” e di sostenere, subito dopo, frasi lunghissime sulla fascia centrale e centro-acuta. Di fatto, Butterfly entra nel primo atto e non esce più, senza finire mai di cantare. Se nel primo atto è tutto molto leggero, quasi belcanto, poi si susseguono un’aria dopo l’altra sino a quel finale di cui tutte le cantanti hanno paura. “Ci vuole una gran voce, sicura - conferma la Scotto di cui si ricordano due registrazioni discografiche, quella del 1966 diretta da John Barbirolli e quella del 1978 diretta da Lorin Maazel, - capace di sostenere i suoni senza aggredire la parte ma, al contrario, controllandola. La cantante deve monitorare l’attrice”.

 

Su una intimistica linea melodica e un esotismo musicale che Puccini riprenderà successivamente nella Turandot, la vicenda di Madama Butterfly segue una lenta progressione dalla felicità alla tragedia della quindicenne giapponese Cio Cio San. La giovane geisha è l’appassionata “sposa bambina” leggiadra come una farfalla, profondamente toccata dalla vita quando sceglie di vivere una sua propria esistenza a costo di cambiare religione e, per questo, di essere rinnegata. La protagonista del dramma lirico in tre atti è costretta ad espiare tragicamente i suoi sentimenti come tutte le eroine pucciniane cadendo vittima della sua cieca fiducia verso l’uomo occidentale. L’azione si svolge a Nagasaki dove il marine americano Pinkerton (“yankee vagabondo” e figura insulsa come tanti tenori pucciniani predestinati a scomparire di fronte alla grandezza delle eroine femminili) sposa Cio Cio San per abbandonarla subito dopo. Quando torna in Giappone con la nuova moglie americana, Pinkerton (Fabio Armiliato) scopre che la “farfalla” ha partorito un figlio suo. A Kate, la sposa americana, Cio Cio San affida il suo bambino per uccidersi poi con lo stesso pugnale con cui suo padre aveva fatto karakiri, “per morire con onore quando non si può più vivere con onore”.

 

La storia dell’opera Madama Butterfly comincia nel luglio del 1900 a Londra, dove Puccini si trovava per la prima rappresentazione oltre la Manica di Tosca. Il quell’occasione il compositore lucchese assiste all’atto unico di David Belasco Madame Butterfly a tragedy of Japan, libero adattamento di un breve racconto di John Luther Long che a sua volta si era ispirato al romanzo Madame Chrysanthème di Pierre Loti. Da lì, Puccini, tra turbolenze sentimentali e incidenti d’auto, lavora alla composizione affiancato dai fedeli librettisti Illica e Giacosa. Il 17 febbraio del 1904 Madama Butterfly debutta al Teatro alla Scala di Milano facendo un colossale fiasco risarcito a Brescia il 28 maggio dello stesso anno con un successo immediatamente dilagante e, fino ad oggi, inarrestabile. Di fatto, le astuzie musicali d’operetta, l’esotismo appiccicato con lo scotch e la tracotante terminologia colonialista dell’opera possono, all’ascolto, far venire qualche brivido d’irritazione ma l’amore puro e il puro canto della Butterfly sono la melodia scritta nei nostri cromosomi che Puccini, con genio e astuzia, ha saputo mettere su carta.

 

a cura di Maria Manganaro




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