| LA VERITÀ DELLA FOLLIA |
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LA VERITÀ DELLA FOLLIA La verità della follia
secondo il regista belga Gilbert Deflo,
autore della messinscena di "Lucia di Lammermoor”
di Gaetano Donizetti Nella Lucia di Lammemoor di Gaetano Donizetti,
giustamente considerata un capolavoro del melodramma, compaiono tutti gli elementi
tipici del Romanticismo: l’amore contrastato e impossibile, l’inconciliabile
rivalità tra famiglie, la separazione con l’inganno, il matrimonio forzato,
l’uxoricidio, il delirio, la follia e infine la morte nell’atmosfera allucinata
di un crescendo drammatico. “Il ciclo dell’odio e della vendetta è ricorrente
nel melodramma del XIX secolo, – si
legge nelle note di regia di quel Gilbert Deflo che metterà in
scena l’opera alle Muse il prossimo 26 novembre, - rappresenta l’eterno
ritorno. Gli effetti fatali esercitati dal mondo maschile sull’anima femminile
trovano un’incarnazione emblematica nella figura di Lucia che risponde con la
sola contrapposizione di cui dispone: l’abbandono del corpo e dell’anima. In questa prima metà del XIX
secolo, - prosegue il regista belga, - l’opera produce un argomento che
descrive lo sbandamento mentale non come il risultato di fattori esterni
(spiriti o fantasmi) ma come turbamento fisico nato in ambiti familiari e sociali concreti”. Il testo del libretto di
Salvatore Cammarano si ispira per la trama al romanzo di Walter Scott “The Bride of Lammermoor” a cui avevano già attinto molti altri operisti
senza mai raggiungere la grandezza artistica della coppia Donizatti-Cammarano.
Lucia (Patrizia Ciofi)
e Edgardo (Aquiles Machado)
si amano ma appartengono a due famiglie rivali. Con l’inganno, Enrico (Alberto Mastromarino)
fa sposare la sorella con Arturo (Cristiano Olivieri). Lucia scopre la
verità, impazzisce di dolore, uccide il marito e muore. Arturo si pugnala per
congiungersi all’amata nella morte. “Guardiamo da vicino gli uomini
che circondano Lucia – invita Deflo -. Per Enrico,
sua sorella è solo un mezzo per
restaurare il suo vacillante potere e restituire splendore al blasone della
famiglia (“de miei destini impallidì la stella”). Accanto a lui Normanno,
il vile esecutore delle sue abiette macchinazioni. In ragione degli odi
ancestrali che oppongono le due famiglie, Edgardo, l’amante romantico,
rinuncia al perdono che ha dapprima accordato per sottomettere lo spirito di
Lucia a un vero terrore annunciando che il giuramento di vendetta non è
infranto (“M’odi e trema”): quando restituisce l’anello, simbolo del loro legame eterno (“tempio
ed ara è un core amante”), la sorte di Lucia è definitivamente segnata. Raimondo, nella
sua qualità di padre spirituale e di educatore , dovrebbe soccorrere Lucia,
offrirle comprensione e sostegno, ma è lui a spingerla definitivamente verso la
disperazione: perché il terrore religioso è un argomento implacabile (“I
nuziali voti che il ministro di Dio non benedice, né il ciel,
né il mondo riconosce”). Quel cielo inesorabile, quel mondo di convenienze
non lasciano alcuna chance a Lucia: la famiglia come valore sacro (“la
madre, nell’avello, fremerà per te d’orror”)
frantuma il suo spirito. Il cielo sotto il quale Lucia può respirare è di
un’altra natura: è l’illusione dell’amore unico che non può essere venduto né diviso.
Il solo vero altare è quello del suo cuore. L’ultimo personaggio maschile, Arturo,
non presenta un grande spessore psicologico. Serve di fatto da catalizzatore
per lo scioglimento finale”. Tutta l’opera si può considerare
come un ritratto musicale della fragile e sofferente figura femminile,
in un passaggio di stati d’animo dagli accenti toccanti e struggenti,
sottolineati dal suono dell’arpa per le speranze d’amore, dall’oboe nel
colloquio tra Lucia e suo fratello Enrico, dai violoncelli all’entrata di Lucia
nel salone dove si svolgono le detestate nozze, dal registro acuto del flauto
che accompagna la fuga nella follia del delirio e delle allucinazioni
(nell’allestimento anconetano, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana è
diretta da Keri-Lynn Wilson, il Coro Lirico V. Bellini è diretto da
Claudio Morganti, le scene e i costumi sono di
William Orlandi). “Lucia canta, e il canto mi sembra il mezzo ideale di trasposizione estetica nel sublime, con le sue effusioni liriche, di meraviglia o di dolore. Come può il regista – si domanda Gilbert Deflo - orientare il lavoro del cantante-attore perché egli possa dare corpo a una tale patologia? Come trovare le espressioni del viso, le attitudini e i gesti adeguati? Le prime descrizioni della
maniera di cui gli stati d’animo producono degli effetti psicologici risalgono
al XVII secolo: le tavole di Le Brun (il
pittore della reggia di Versailles, ndr) offrono un
materiale fecondo e affascinante, che guida il regista nelle sue ricerche per
il livello di interpretazione del dramma barocco. Due secoli dopo,
l’iconografia di Charcot (il medico
francese conosciuto per i suoi studi sulle malattie nervose, ndr) fornisce dei modelli di azioni teatrali che
possono applicarsi a meraviglia a Lucia: nel repertorio appaiono la paura, il
terrore, i deliri e gli atteggiamenti passionali. Collocando “Lucia di Lammermoor” nell’epoca della sua creazione, in quel XIX
secolo borghese, ho voluto fare vivere questa follia in maniera veridica,
trasformando la finzione illusionista dell’opera in un avvenimento reale”. |
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