IL RATTO DAL SERRAGLIO

Il lavoro sull’opera iniziò già nell’estate del 1781, quando Mozart prese a mettere in musica la riduzione del testo di Bretzn

Il lavoro sull’opera iniziò già nell’estate del 1781, quando Mozart prese a mettere in musica la riduzione del testo di Bretzner confezionata dall’abile Stephanie junior (1741-1800), commediografo celebre a Vienna per i suoi adattamenti teatrali. La prima rappresentazione si concretizzò, a quasi un anno di distanza, nel teatro deputato al progetto del ‘National-Singspiel’, un nuovo genere drammatico-musicale in lingua tedesca promosso dall’imperatore Giuseppe II. Il Ratto dal serraglio si inserisce in modo del tutto originale nei tentativi di far nascere una specifica drammaturgia nazionale, come fu notato già all’epoca da Goethe. In verità Mozart persegue la definizione di un proprio linguaggio musicale adatto al teatro in musica: un tono caratteristico e individuale, che permei di sé l’intera partitura attraverso un progetto drammatico personale, una cifra ‘classica’ che, attraverso l’influsso dell’opéra-comique francese e soprattutto dell’opera buffa italiana, trova nell’Entführung la sua formulazione compiuta. Buona parte delle rare dichiarazioni di poetica del compositore riguardo al teatro d’opera nascono proprio nei mesi del lavoro al Ratto. Si veda ad esempio la celebre lettera in cui si scrive, ribaltando la teoria classicistica metastasiana, che la poesia «deve essere assolutamente figlia devota della musica», consegnando ai posteri l’impegnativa ricetta dell’opera di successo: «L’ideale è quando s’incontrano un buon compositore, che si intende di teatro ed è in grado di dare un suo contributo, e un poeta intelligente, una vera araba fenice». Oppure l’altrettanto importante passo in cui, a proposito dell’aria di Osmin (“Solche hergelauf’ne Laffen”), Mozart afferma che «le passioni, violente o no, non devono essere mai espresse al punto da suscitare disgusto e la musica, anche nella situazione più terribile, non deve mai offendere l’orecchio, ma piuttosto dilettarlo e restare pur sempre musica». L’intervento di Mozart sul piano drammatico è talmente radicale da giungere alla modifica di taluni aspetti dell’intreccio. Belmonte e Konstanze, che si credono ormai votati alla morte, confessano la loro incrollabile fede nell’amore col duetto “Meinetwegen sollst du sterben”; dall’altro Selim si rivela, in modo totalmente originale rispetto alla pièce di Bretzner, un moderno sovrano illuminato, capace della virtù somma del perdono. Un sovrano simile poteva trovare un degno corrispettivo, in sala, proprio in Giuseppe II, mentre sulle scene aveva un modello autorevole nel Tito metastasiano: la clemenza del pascià sembra anticipare La clemenza di Tito, che terminerà infatti con un analogo perdono generale; e in fondo anche Le nozze di Figaro si affidano all’esito di un generoso perdono conclusivo, concesso da un personaggio, la Contessa, nobile d’animo quanto di sangue. La figura di Osmin fu ritagliata su misura per la «eccellente voce di basso» di Fischer (come si espresse il compositore in una lettera al padre). La partitura comprende un numero molto alto di arie solistiche rispetto ai concertati, com’era nella tradizione del Singspiel; nelle mani di Mozart questa propensione per gli interventi solistici porta alla nascita di una mirabolante galleria di personaggi, caratterizzati in modo pregnante attraverso arie di grande vivacità drammatica. Se Osmin merita un discorso a parte, le due coppie di occidentali, pur mosse da un’identico ‘motore’ erotico, conservano al loro interno le rispettive e ben precise individualità. Belmonte, erede del ruolo di ‘amoroso’ nella coeva opera buffa, esordisce con una mobilissima aria tripartita (“Hier soll ich dich denn sehen”), con una ricchezza di linguaggio sinfonico che preannuncia, già dal primo numero, la peculiarità di tutta l’opera. Prima che la vicenda venga sciolta dall’imprevisto lieto fine, i due giovani si trovano a scambiarsi la parola definitiva sul loro amore: la morte per amore rivela tutto lo spessore metafisico del sentimento e conduce direttamente alla beatitudine («Seligkeit»: in corrispondenza di questa parola, è messo in risalto il timbro ‘caldo’ dei fiati);. La grandezza tragica, eroica e da ‘opera seria’ del personaggio di Konstanze è affidata soprattutto alle due arie – arditamente consecutive (un unicum nel teatro mozartiano) – del secondo atto. Notevoli anche gli interventi dell’altra coppia di innamorati, determinante nel sofisticato quartetto posto a conclusione del secondo atto. A Blonde, l’inglesina indipendente, è riservata un’aria bruciata tutta d’un fiato, aderente alla natura travolgente del ‘piacere’ che la ragazza sta esaltando. Al suo innamorato Pedrillo compete invece la romanza del terzo atto, in apparenza semplice e immediata, ma in verità alquanto elaborata; Pedrillo aveva già avuto modo di esibirsi in quel duetto del secondo atto con Osmin che è un vero e proprio ‘delirio buffo’. L’orchestrazione gioca un ruolo particolare in tutta la partitura, responsabile di quello stile ‘alla turca’ che conferisce all’opera un inconfondibile colore locale: fu proprio utilizzando questa strumentazione, derivata dalle bande di giannizzeri tanto alla moda nel secondo Settecento. Popolare a Vienna per le esecuzioni al parco del Prater, la musica turca ottempera qui a una serie di funzioni: introduce un elemento folcloristico e decorativo, accentua la caratterizzazione comica di Osmin, simboleggia il carattere dispotico ed estraneo alle vicende amorose dei personaggi musulmani. La sua frenesia dirompente cattura l’ascoltatore sin dalla mirabile ouverture, in do maggiore, che prefigura in rapida sintesi il vortice dell’azione; un’azione talmente incalzante che, a detta di Mozart, «sarebbe impossibile addormentarcisi sopra anche avendo trascorso tutta una notte in bianco».

 

(Tratto da Il dizionario dell’opera)