STAGIONE LIRICA 2005-2006
Verdi, Mozart, Donizetti e il contemporaneo Henze
ANCONA (18 apr. ’05) Il Teatro
delle Muse di Ancona propone, con la direzione artistica di Alessio Vlad, la sua quarta Stagione Lirica.
“Preziosissimo” è stato definito
il cartellone della scorsa edizione alle Muse dove, secondo l’autorevole
giudizio critico di Elvio Giudici, è andata in scena la “migliore Norma degli ultimi 30 anni” accanto al
dittico che affiancava le opere di due maestri del Novecento storico e a una Bohème molto apprezzata dal pubblico.
Una stagione fatta di 11 recite da “tutto esaurito”, con più di mille abbonati
(300 dei quali “speciali” in quanto legati al progetto All’Opera in treno),
con una notevole presenza di gruppi italiani e stranieri, il coinvolgimento di centinaia di studenti e
la presenza della critica di settore che ha unanimemente sottolineato la
qualità delle proposte.
La Stagione
Lirica 2005-2006 del Teatro delle Muse si articolerà su quattro titoli
per un totale di 13 recite: Il Ratto
dal Serraglio di Wolfgang Amadeus
Mozart (4, 6, 8 novembre), L'elegia
per giovani amanti di Hans Werner Henze in lingua originale
con sovratitoli (9, 11, 13 dicembre), Roberto Devereux
di Gaetano Donizetti (18, 20, 22 gennaio), Il
Trovatore di Giuseppe Verdi (21, 23, 25, 26 febbraio).
La
scelta delle opere rispecchia la volontà di determinare un equilibrio di
programmazione presentando un'opera del '700, una del '900, una del repertorio
cosiddetto belcantistico ed infine un'opera del
grande repertorio verdiano; prendendo, poi, in
considerazione due importanti anniversari con la piccola licenza di
celebrarli immediatamente prima la loro naturale scadenza, ovvero i 250 anni
dalla nascita di Mozart e gli ottanta anni di Henze (ambedue cadono nel 2006).
Sono
quattro capolavori in senso assoluto per la cui realizzazione la Fondazione
Teatro delle Muse ha costruito coproduzioni e collaborazioni con sei
diversi e importanti Teatri: la Fondazione Teatro Lirico di Cagliari
per Il ratto dal serraglio; la Fondazione Teatro San Carlo di Napoli per L’elegia
per giovani amanti; la Fondazione
Teatro dell'Opera di Roma e il Teatro Donizetti
di Bergamo per Roberto Devereux; la Fondazione Teatro Comunale di Bologna e
Circolo Portuense de Opera di Oporto
per Il trovatore che subito dopo le
recite anconetane andrà in scena a Tokyo.
Coproduzioni e collaborazioni
con grandi teatri italiani e stranieri che dimostrano il credito che il Teatro
delle Muse ha saputo guadagnarsi in termini di qualità artistica e che –
fattore non secondario – contengono i costi di una Stagione Lirica che sarà
inaugurata a novembre per concludersi a febbraio. Entrambi i fattori, quello
della fiducia in campo artistico-musicale e quello
economico, definiscono l’identità di un teatro maturo nella sua proposta.
Peraltro,
La Fondazione Teatro delle Muse rientra all’interno della manifestazione
europea Mozart ways
grazie alle tre produzioni mozartiane realizzate in
quattro edizioni: Idomeneo, re di Creta
(premio l’Opera Award a Pier Luigi Pizzi per la
migliore scenografia del 2002), Il Re
pastore della scorsa stagione e il prossimo Ratto dal serraglio. Tre allestimenti rari e originali per la
vetrina mozartiana del 2006
Le produzioni della Stagione
Lirica 2005-2006 si avvalgono della partecipazione dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana e del Coro Lirico “V. Bellini”.
Il consiglio di amministrazione
della Fondazione Teatro delle Muse ha deciso di mantenere invariato il prezzo dei biglietti della Stagione Lirica 2005-2006.
Teatro
delle Muse
via della Loggia –
60121 Ancona
tel. 071.207841 – fax 071.20784207 – info@teatrodellemuse.org
www.teatrodellemuse.org
Ufficio stampa Maria Manganaro 071.20784214 – 335.1252642 maria.manganaro@teatrodellemuse.org
SCHEDE DELLE
OPERE
4, 6, 8 novembre 2005
Die Entführung aus dem Serail
(Il ratto dal serraglio)
Singspiel tedesco in 3 atti
Libretto di Christoph Friedrich Bretzner rielaborato da
Johann Gottlieb Stephanie il Giovane
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Prima rappresentazione: Vienna, Burgtheater,
16 luglio 1782
Personaggi
Selim, Pascià ( voce recitante)
Konstanse, amante di Belmonte (soprano)
Blonde, cameriera di Costanza (soprano)
Belmonte
(tenore)
Pedrillo, servitore di Belmonte e guardiano dei giardini del Pascià (tenore)
Osmin, guardiano della villa del
Pascià (basso)
Klass, marinaio (voce recitante)
Un muto
Guardie
Coro di giannizzeri
In una piazza in riva al mare,
di fronte al palazzo del Pascià Selim, è giunto Belmonte che, disperatamente, cerca la sua amata Konstanze la quale, con la sua cameriera Blonde e il cameriere Pedrillo, è
stata rapita dai pirati. Il giovane incontra Osmin,
guardiano della casa e dell’harem di Selim e gli
chiede quale sia la casa del Pascià. Osmin risponde
laconicamente. Egli è innamorato di Blonde e si adira
moltissimo nel veder sopraggiungere Pedrillo, suo
rivale più fortunato nei confronti della ragazza, e va via indignato. Pedrillo, rimasto solo con Belmonte,
gli racconta di essere stato catturato dai corsari e di essere stato venduto,
insieme a Konstanze e alla sua Blonde,
al Pascià Selim. Lo rassicura poi sulla fedeltà di Konstanze. Ella non ha ceduto a Selim.
Sopraggiungono il Pascià e Konstanze. Belmonte si nasconde Il Pascià corteggia la triste Konstanze, che risponde di non poter accettare il suo amore
perché nel suo cuore c’è sempre Belmonte. Selim la minaccia e le dà tempo fino al giorno seguente per
farla riflettere e poi la congeda. Si fa avanti Pedrillo
che gli presenta Belmonte come un famoso architetto
italiano disponibile a lavorare per lui. Selim lo
assume immediatamente (atto I).
Blonde alterca
con Osmin nel giardino del palazzo del Pascià. Osmin, all’usanza turca, si ritiene padrone di lei e non
sente alcun bisogno di corteggiarla, anzi le ordina di amarlo. Per tutta
risposta Blonde gli confessa di preferire Pedrillo. Osmin frena a stento la
sua collera e si allontana brontolando contro la libertà delle donne
occidentali. Konstanze entra e sfoga il suo dolore,
è vano il tentativo di Blonde di consolarla. Pedrillo,
visto libero il campo, informa Blonde dell’arrivo di Belmonte; poi fa bere a Osmin un
bicchiere di vino in cui ha versato del sonnifero. Finalmente avviene
l’incontro tra Belmonte e Konstanze.
Insieme studiano il piano della fuga (atto II).
E’ mezzanotte. Giungono Belmonte e Pedrillo. Quest’ultimo con una serenata dà il segnale della fuga,
prende una scala e tenta di far scendere dalla finestra le due signore. Ma Osmin si sveglia, fa catturare i fuggitivi dalle guardie e
li conduce al cospetto di Selim. Questi scopre che Belmonte è figlio del suo peggiore nemico; ciò aggrava la
situazione dei fuggitivi. Ma il pascià si dimostra magnanimo e, a dispetto di Osmin che si allontana scornato, ridona loro la libertà, a
patto che Belmonte racconti al proprio crudele padre
della bontà di Selim. Gli astanti cantano un inno di
lode alla generosità di Pascià Selim.
(Coproduzione Fondazione Teatro delle Muse di Ancona e
Fondazione Teatro Lirico di Cagliari)
9, 11, 13 dicembre 2005
Elegy for young lovers
(Elegia per giovani amanti)
Opera in 3 atti
Libretto di Wystan H. Auden e Chester
Kallmann
Musica di Hans Werner Henze
(composta a Forio d’Ischia, 1959-60)
Prima rappresentazione (in lingua tedesca): Festival di Schwetzingen, 20 maggio 1961 (dir. H.Bender;
trad. ted. Ludwid Landgraf con la collaborazione di W.
Schachteli e dello stesso Henze)
Prima rappresentazione in lingua originale Glyndebourne Festival, 13 luglio 1961
Prima rappresentazione italiana (in lingua tedesca):
Teatro Eliseo di Roma, 2 maggio 1962 (per la
Filarmonica Romana; dir. H. W.
Henze)
Personaggi (in ordine di apparizione)
Hilda Mack,
una vedova (soprano leggero)
Carolina Gräfin von Kirchstetten, segretaria di Mittenhofer (contralto)
Dr. Wilhelm Reischmann, medico
(basso)
Tony Reischmann, suo figlio (tenore)
Gregor
Mittenhofer, un poeta (baritono)
Elisabeth Zimmer (soprano)
Josef Mauer,
una guida alpina (voce recitante)
Camerieri del “Der Schwarze Adler”
Dai tre autori, l’opera è con gratitudine dedicata alla
memoria di Hugo von Hofmannsthal grande librettista austriaco ed europeo (la
dedica compare in calce alla partitura).
L’azione si svolge in un albergo delle Alpi austriache
dove un poeta , Gregor Mittenhofer,
si è trasferito per ascoltare e tradurre in poesia le visioni di una donna di
mezz’età, Hilda Mack che,
resa folle dal dolore, da quarant’anni attende in albergo lo sposo partito da lì per
conquistare la vetta dell’Hammerhorn.
Intorno al poeta gravita una corte composta dalla sua patronessa e segretaria tuttofare, contessa Carolina
che lo mantiene, la giovane amante Elisabeth e il medico personale Reischmann. Dopo l’arrivo del figlio del medico, Tony,
venuto per trovare il padre, una guida alpina, Josef Mauer, annuncia che è stato trovato un corpo, probabilmente
quello del marito di Hilda. Mentre Elisabeth cerca di spiegare a Hilda, che nel frattempo ha avuto una delle sue visioni,
l’avvenimento Toni, affascinato dalla
dolcezza della ragazza, si accorge di essere innamorato di Elisabeth.
La passione nasce tra i due giovani e sconvolge tutti i
rapporti tra i protagonisti. Mittenhofer che ha
intuito la relazione cerca di prevenirla con una sorta di
autocritica, giustificando i suoi errori con l’imperativo
dell’affermazione della creatività su tutto. Ma Toni, superando le indecisioni
di Elisabeth, prende l’iniziativa e confessa
tutto al poeta. Mittenhofer mantiene
l’autocontrollo e addirittura chiede al
padre di Tony, fino ad allora contrario all’unione , di benedire la coppia.
Mentre ognuno riflette su se stesso e sull’accaduto, Mittenhofer
si applica alla scrittura del suo nuovo poema I Giovani Amanti; per portarlo a termine però ha bisogno di una nuova visione che solo
un fiore raccolto sull’Hammerhorn può fornirgli. I
due giovani decidono di andare sulla montagna per cercare il fiore e
portarglielo in dono. Passa del tempo e Mauer, la
guida alpina, viene a chiedere se qualcuno si è avventurato sulla montagna
perché nel frattempo si è scatenata una tempesta. Mittenhofer
, mentendo, assicura che nessuno è uscito e Carolina non ha il coraggio di
smentirlo,
Il destino dei due giovani, che muoiono dispersi sulla
montagna, è segnato dalla crudeltà del poeta
che sacrifica la loro vita in favore della sua nuova creazione..
L’ ultima scena ci porta
in un teatro di Vienna dove
davanti al suo pubblico Mittenhofer legge il
nuovo poema: Elegia per giovani
amanti.
Il suo poema è
stato scritto, l’Opera è finita.
(Coproduzione Fondazione Teatro delle Muse di Ancona e
Fondazione Teatro di San Carlo di Napoli)
HANS WERNER HENZE (Gütersloh - Germania, 1926)
"All'inizio c'è il sogno di
un lavoro teatrale. C'è un'immagine visiva e sonora e l'idea di una trama, imprescindibile
per me. Poi ci sono lunghe conversazioni con poeti e letterati. Per me hanno
scritto libretti personalità come la Bachmann e Auden. Parlando con i poeti si capisce che il problema è la
condizione umana, la vita, la realtà. I musicisti del mio tempo, invece, hanno
sempre ridotto il teatro musicale a un fatto di tecnica e linguaggio"
(Corriere della Sera, 17/4/02). Sono dichiarazioni di tre anni fa, ma che hanno
ispirato l’intera vita di uno dei massimi compositori viventi.
Talento precocissimo, Henze è protagonista, da subito
e con successo, della scena musicale
tedesca e internazionale. Inizia a comporre a 12 anni, studia musica alla Staatsmusikschule di Brunswick
(1942) e, finita la guerra, all'istituto di musica sacra di Heidelberg
con Wolfgang Fortner
(1946-48); partecipa ai corsi estivi di Darmstadt con
René Leibowitz. La sua
prima composizione, Kammerkonzert per
pianoforte, flauto e archi del 1946, viene subito eseguita con successo. Dopo
aver scritto opere molto diverse fra loro per genere e stile, tra cui si
segnala l’opera Boulevard Solitude, e dopo
aver collaborato con il Deutsches Theater
di Costanza (1948) e con il Ballet du Staatstheater Wiesbaden (1950-53), per cui compone musiche per balletti (Jack
Pudding, 1951; Labyrinth, 1951), si
trasferisce definitivamente in Italia. Di questi primi anni italiani citiamo:
le due opere - König Hirsch
(1956) e Der Prinz
von Homburg da Kleist, i tre atti del balletto Undine
e l’opera Elegy for
Young Lovers (1961) su
libretto di Auden; le cantate Kammermusik
(1958) e Cantata della fiaba estrema (1963). Nel 1966 sempre su libretto
di Auden, Henze compone
l’opera Die Bassariden concepita come una sinfonia in quattro
movimenti.
Di questo periodo è anche l'opera comica su
libretto di Ingeborg Bachmann,
Der Junge Lord,
a cui segue un altro capolavoro, il Secondo Concerto per pianoforte
(1967).
I fermenti rivoluzionari della
fine degli anni '60, una visita a Cuba (1969-70), dove dirige la prima della
sua Sesta Sinfonia in cui inserisce motivi di canti rivoluzionari,
lasciano un'impronta politico-sociale nei lavori di quegli anni. Come nel
teatro musicale: El Cimarrón
(1970) e We Come to
the River (1976), in cui drammatizza il conflitto
di classe. Sono anche gli anni in cui fonda il Cantiere d'Arte di Montepulciano,
che considererà "uno dei miei pochi successi politici", per cui
scrive Pollicino, un'opera per bambini.
Contemporaneamente sviluppa la ricerca di una ricchezza espressiva anche nel
linguaggio orchestrale con Heliogabalus
imperator (1972), Tristan (1974), Aria
de la folía española
(1977), reinterpretando spesso antichi modelli
musicali in una personale sintesi di passato e presente, lirismo e rigore.
Degli anni '80 e dei primi anni '90 ricordiamo: l'opera The English Cat (1983), su
libretto del drammaturgo Edward Bond,
e le quattro sinfonie, dalla settima alla decima, ispirate alla tradizione
sinfonica tedesca del XVII e XIX secolo, destinate ad avere risonanza
internazionale.
Il suo densissimo catalogo - tra
pezzi per pianoforte, musica da camera, cantate, un oratorio, concerti - ha
impresso un segno nel mondo della musica europea. Un segno consolidato
dall'attività di insegnante: Henze è stato per molti
anni alla Royal Academy of
Music di Londra, al Salzburg Mozarteum,
alla Musikhochschule di Colonia e al Tanglewood Festival. In diverse occasioni ha lavorato con
giovani musicisti, fondando, oltre al Cantiere d'Arte di Montepulciano, il Detschlandsberg Jugendmusikfest (Stiria) e la Munich Biennale for New Music Theatre. Nel 2000
gli è stato assegnato il Premium Imperiale a Tokyo. La sua opera più recente, Upupa
oder Der Triumph der Sohnesliebe
è stata presentata al Festival di Salisburgo nel 2003, aggiungendosi ai suoi
successi internazionali.
WISTAN HUGH AUDEN (York
1907 – Vienna 1973)
poeta inglese, naturalizzato statunitense
Attivamente interessato alla
musica e al teatro musicale, fu amico e collaboratore di Britten
negli anni ’30, quindi di Stravinskij e di H.W. Henze, per il quale scrisse
i libretti per Elegy for
Young Lovers e The Bassarids (con Ch. Kallman).
Considerato il poeta più
importante della letteratura inglese insieme
T.S. Eliot.
Figlio del medico Geroge Augustus e di Constante
Rosalie Bicknell, Wistan Hugh nasce a York, Inghilterra, il 21 febbraio 1907. Un
anno dopo la famiglia si trasferisce a Birmingham, dove il padre esercita la
professione di medico e insegna all’università. Auden si dedica allo studio delle scienze,
specializzandosi in biologia, ma presto
concentra il suo entusiasmo sulla poesia.
Nel 1925 si iscrive al corso di
filologia inglese al Christ Church
College di Oxford dove diventa il punto di riferimento di un gruppo di
intellettuali tra i quali figurano Stephen Spender, Christopher Isherwood, Cecil Day Lewis e Louis MacNeice (il cosiddetto
“gruppo Auden”).
Nel decennio compreso tra
l’ingresso a Oxford e la partenza per gli Stati Uniti, Auden
trascorre un periodo a Berlino (1928-29), dove è influenzato dalla poesia
tedesca e dal teatro di Brecht; insegna in una scuola
scozzese; viaggia in Islanda, Cina e Spagna. Sono anni di grande produzione,
durante i quali scrive per il teatro e per il cinema, oltre che di poesia.
E’ già considerato il poeta più
importante della sua generazione.
Il Poems,
con il quale consolida la sua fama, si basa su una critica alla società
capitalista inglese, pur contenendo importanti implicazioni psicologiche.
In seguito scrive tre opere di
teatro in versi in collaborazione con Isherwood (Tre
ascent of F-16, The dog beneath
skin, On the frontier)
. Nel 1935 sposa Erika Mann per procurarle un
passaporto britannico e aiutarla così a scappare dalla Germania nazista. Il suo
compagno di tutta la vita sarà Chester Kallman, il giovane scrittore che conobbe negli Stati
Uniti.
Nel 1937, durante la guerra
civile spagnola, collabora con i repubblicani, e scrive Spain
37 destinando i guadagni derivanti dal libro agli aiuti medici alle vittime
del conflitto. Nello stesso anno riceve dal Re la Medaglia d’Oro per la poesia,
massimo riconoscimento nel suo paese.
Il 18 gennaio 1939, Auden e Isherwood si imbarcano
per gli Stati Uniti. Subito dopo
l’arrivo negli Usa, la notizia della morte del grande poeta irlandese W.B. Yeats, lo induce a scrivere
il poema più famoso, In memory of W.B. Yeats.
Negli Stati Uniti, Auden lavora come poeta, critico, conferenziere e editore. The
Age of Anxiety (1947),
un lungo poema drammatico che inizia in un bar di New York, gli vale il Premio Pulitzer di poesia nel 1948. Dallo steso anno, Auden, che nel ’46 aveva adottato la nazionalità
nordamericana, tra scorre lunghi periodi dell’anno in Europa, dapprima a Ischia
e a partire dal 1958 a Kirchstetten, in Austria.
Nello stesso periodo, Oxford gli offre una cattedra di poesia.
Dotato di una profonda capacità
di analisi psicologica, Auden possiede anche uno
squisito talento lirico. La sua influenza sulle successive generazioni di poeti
è notevole.
18, 20, 22 gennaio 2006
Roberto Devereux
Tragedia lirica in tre atti
Libretto di Salvatore Cammarano,
ispirato a Le comte
d'Essex di Thomas Corneille (Parigi 1678)
Musica di Gaetano Donizetti
Prima rappresentazione: Teatro San Carlo di Napoli, il 29
ottobre 1837
Personaggi
Elisabetta, regina d'Inghilterra (soprano)
Lord Duca di Nottingham
(baritono)
Sara, duchessa di Nottingham (mezzosoprano)
Roberto Devereux, conte di Essex (tenore)
Lord Cecil (tenore)
Sir
Gualtiero Raleigh (basso)
Un paggio (contralto)
Un familiare di Nottingham (basso)
Coro di dame della corte imperiale, lord del Parlamento, scudieri di
Nottingham
L'azione si svolge nella città
di Londra sul cadere del secolo XVI. La regina Elisabetta ama il conte Devereux e rifiuta di condannarlo come traditore. Roberto
si reca di notte nella stanza di Sara, moglie del duca di Nottingham. In pegno
d'amore le dona l'anello che Elisabetta gli aveva regalato e lei, in cambio,
gli consegna la sua sciarpa ricamata (atto I).
La regina accusa Roberto di
tradimento, mostrando al duca di Nottingham, la sciarpa ricamata, che Sir Gultiero Raleigh
gli ha sottratto. Il duca, riconosciuta la sciarpa della moglie, chiede di
sfidarlo a duello. Roberto è arrestato, condannato a morte e rinchiuso nella
torre di Londra (atto II).
Roberto supplica Sara di
riportare ad Elisabetta l'anello. Sara obbedisce, la regina ordina di
liberarlo, ma è troppo tardi. Un colpo di cannone annuncia l'avvenuta condanna
capitale. Il duca di Nottingham confessa d'aver ritardato apposta l'arrivo
della moglie ed Elisabetta furente li fa rinchiudere entrambi. Ossessionata dal
fantasma di Roberto abdica infine a favore di Giacomo I (atto III).
(Allestimento Fondazione Teatro dell’Opera di Roma in
collaborazione con Fondazione Teatro delle Muse di Ancona e Teatro Donizetti di Bergamo)
21, 23, 25, 26 febbraio 2006
Il trovatore
Dramma in quattro parti
Libretto di Salvatore Cammarano
Musica di Giuseppe Verdi
Prima rappresentazione: Roma, Teatro Apollo, 19 gennaio
1853
Personaggi:
Il conte Luna (baritono)
Leonora (soprano)
Azucena (mezzosoprano)
Manrico (tenore)
Ferrando (basso profondo)
Ines (soprano)
Ruiz (tenore)
Un vecchio zingaro
(basso)
Un messo (tenore)
Siamo all’inizio del XV secolo. Nell’atrio del palazzo dell’Aliaferia di
fronte agli appartamenti del Conte di Luna, Ferrando, capitano delle guardie
raccomanda ai suoi armigeri di rimanere ben desti fino al ritorno del loro signore,
che passa le notti presso il balcone del palazzo di Leonora di cui è follemente
innamorato ma non corrisposto. Egli ha un temibile rivale: un ignoto trovatore
che di notte, cantando, invia alla donna i suoi messaggi d’amore. Nell’attesa,
quindi, Ferrando racconta la misteriosa fine di Garzia
fratello del Conte. Molti anni prima una zingara era stata condannata al rogo
per aver stregato il bambino. La figlia di lei aveva rapito Garzia
e, per vendetta, lo aveva gettato nello stesso rogo e aveva fatto in modo che
il corpicino carbonizzato fosse ritrovato. Il vecchio
Conte non riconobbe in quei resti quelli del figlio. Intanto Leonora ode la voce del trovatore e
si precipita tra le braccia del Conte scambiandolo per il trovatore. Furibondo,
il Conte sfida il rivale che si rivela essere Manrico, seguace della fazione a
lui avversa, capitanata dal Conte Urgel (parte
prima).
In un tugurio, Azucena, contornata da zingari, racconta il supplizio della
madre e impone al figlio Manrico, che gli è vicino ferito, di vendicarla. Il
giovane è contrario alla vendetta. Rimasti soli Azucena
gli racconta di aver rapito Garzia ma in quel momento
di insana follia aveva gettato tra le fiamme, non il figlio del Conte ma il
proprio. Si ode il suono di un corno; giunge un messaggero che annuncia la
conquista della fortezza di Castellor da parte dei
guerrieri del Conte Urgel. Leonora, convinta della
morte di Manrico, sta per rinchiudersi in convento. Invano trattenuto da Azucena, Manrico parte per Castellor.
Nel chiostro del convento, il Conte di Luna, accecato dalla gelosia, sta
organizzando il rapimento di Leonora. Giunge Manrico che, mentre le fazioni
rivali si affrontano, può rapire l’amata (parte seconda).
I soldati del Conte
di Luna si preparano all’assalto di Castello dove sono asserragliati Manrico e
i suoi uomini. Azucena, catturata mentre si aggirava
nei dintorni del campo, viene condotta al cospetto del Conte, che la riconosce
per colei che probabilmente aveva ucciso suo fratello e perciò la condanna al
rogo. Nella cappella del castello, Manrico, incurante del pericolo, sta per
sposare Leonora. Giunge improvvisamente la notizia della cattura della zingara
e della sua condanna al rogo. Manrico rivela a Leonora di essere figlio di Azucena, raduna i suoi uomini e si precipita a tentare di
spegnere “Di quella pira l’orrendo foco” e trarla in salvo (terza parte).
Presso una torre nel
palazzo d’Aliaferia, in una buia notte, avanzano Ruiz e Leonora. Tra i condannati a morte rinchiusi nella
torre c’è Manrico, catturato durante il tentativo di liberare Azucena. La giovane invoca disperatamente la clemenza del
Conte di Luna: “Calpesta il mio cadavere ma salva il trovator!”
Al fermo diniego del Conte, altro non le resta che barattare se stessa in
cambio di Manrico. Il Conte è soddisfatto e dà ordine di sospendere
l’esecuzione. Leonora, di nascosto, ingerisce un veleno da un suo anello.
Intanto, in un orrido carcere, Manrico cerca di confortare Azucena,
ossessionata da tragiche visioni. Si apre la porta della cella ed entra Leonora
che comunica al suo amato di aver ottenuto per lui la libertà. Manrico, avendo
intuito il prezzo da lei pagato per salvarlo, rifiuta di fuggire e la maledice;
ma comprende il suo sacrificio quando Leonora, per effetto del veleno, muore
tra le sue braccia. In quel momento entra nella cella il Conte di Luna che,
furente, ordina alle sue guardie che Manrico sia messo immediatamente a morte,
poi trascina Azucena e, da una finestra, fa in modo
che assista alla condanna. Ad esecuzione avvenuta, la zingara finalmente svela
al Conte che il giovane, appena decapitato, è suo fratello ed esclama: “Sei
vendicata o madre!” (quarta parte).
(Coproduzione Fondazione Teatro delle Muse di Ancona,
Fondazione Teatro Comunale di Bologna
e Circolo Portuense de Opera di Oporto)